Media e giornalismo

Per comprendere Umberto Eco conviene partire dall'idea di intellettuale di professione: una figura che non separa il professore dal pubblicista, il funzionario editoriale dal critico militante, l'autore dal progettista delle condizioni di accesso al sapere. La conoscenza, per Eco, non era un'aura o una emanazione dello spirito, ma un mestiere, che si esercita — diceva — «con martello e scalpello».

L'officina comincia ad Alessandria, al liceo Plana, nella seconda metà degli anni Quaranta, tra musica, teatro e religione. Con Gianni Coscia prova registri e stili; negli stessi anni partecipa alle attività della Gioventù cattolica e scrive per il giornalino dell'Azione Cattolica, partecipando da dentro alla civiltà culturale cattolica del dopoguerra. Quell'ambiente non gli insegna tanto la dottrina quanto la tecnica del discorso: come si argomenta, come si disputa, come si struttura un testo per persuadere una comunità di lettori. È qui che nasce la postura del critico militante, come interprete del presente e non come recensore.

Nel 1954, a ventidue anni, entra per concorso in RAI, nella Direzione dei Programmi Culturali. La televisione italiana è una istituzione neonata (la programmazione regolare parte proprio nel 1954): non esistono durate stabilite, né generi, né formati.

Tra il 1954 e il 1959 Eco partecipa a ciò che oggi chiameremmo ingegneria dei formati: non si tratta di trasmettere contenuti, ma di progettare dispositivi. Nello stesso edificio della Rai, allo Studio di Fonologia (1955–1960), Luciano Berio e Bruno Maderna montano nastro magnetico come frasi musicali; nei corridoi passano figure come Piero Angela, Emmanuele Milano, Angelo Guglielmi, Fabiano Fabiani, Furio Colombo, Gianfranco Bettetini e Gianni Vattimo (tra i cosiddetti "Corsari", capitanati da Filiberto Guala), che, come Eco, stanno imparando che la cultura può frequentare la tecnica senza sentirsi diminuita. È in questo laboratorio che Eco comprende che la cultura non è messaggio, ma forma, e che il pubblico non è un ricettore, ma partecipante, lettore e consumatore.

Opera aperta (1962) è il saggio che meglio rappresenta quell'esperienza: l'opera come sistema, la struttura come produttore di senso, la ricezione come co-produzione, la fruizione come consumo. Un anno dopo, Diario minimo (1963) mostra che lo stesso dispositivo può valere per il giornalismo: il frammento non come residuo di un sapere colto, ma come genere da sperimentare e mettere alla prova giorno dopo giorno.

Dal 1962 al 1972 a Milano Eco collabora con Il Giorno con Alberto Arbasino, Camilla Cederna, Pietro Citati, Giorgio Bocca, Ottiero Ottieri, Pier Paolo Pasolini tra gli altri.

Negli anni Sessanta collabora al Menabò e inizia a scrivere per l'Espresso, dove in seguito terrà la rubrica La bustina di Minerva (dal 1985 al 2015); dal 1963 scrive per il Corriere della Sera; dal 1971 al 1975 per Il Manifesto con lo pseudonimo "Dedalus"; entra quindi nel 1976 nelle primissime fasi di la Repubblica di Eugenio Scalfari — con cui già collabora dai tempi dell'Espresso con varie rubriche — contribuendo alla definizione del profilo culturale del giornale e scrive su Alfabeta con Antonio Porta, Maria Corti, Nanni Balestrini, Pier Aldo Rovatti, Francesco Leonetti, Paolo Volponi e, in seguito, Omar Calabrese, Maurizio Ferraris, Germano Celant e altri.

In modo non dissimile vanno comunque letti gli interventi su altre testate come L'Europeo, Paese Sera (1964), L'Unità (dal 1967 al 1971), Il Secolo XIX, L'Avanti (1971), La Stampa e su Avvenire, dialogando da esterno con il mondo cattolico da cui proveniva. Tra il 1989 e il 1994 collabora inoltre con La Rivista dei Libri, edizione italiana della New York Review of Books diretta da Furio Colombo, partecipando al tentativo — raro in Italia — di importare la critica lunga e la recensione argomentata. Parallelamente compaiono testi e interviste sulle principali testate internazionali: The New York Review of Books, The Guardian, Le Monde, El País, Der Spiegel, Die Zeit, Frankfurter Allgemeine Zeitung, Clarín. In tutti questi luoghi Eco non è reporter: è interprete. Non spiega i fatti, li contestualizza e li monta entro quadri di senso.

Se si guarda l'intero percorso — anni Quaranta ad Alessandria, anni Cinquanta in RAI, anni Sessanta tra saggio e reportage (magistrali quelli dalla Primavera di Praga e dall'America Latina) e giornale, anni Settanta e Ottanta nelle redazioni culturali più impegnate, in una stagione di vera militanza culturale, anni Ottanta nella narrativa delle professioni con il commento tangente ma mai marginale delle sue Bustine, anni Novanta nel digitale, Duemila nel ritorno alla carta — emerge una linea sorprendentemente continua. Eco non ha mai pensato alla conoscenza come accumulo, ma come selezione e filtraggio: la televisione non era per lui un tubo che "informa", ma un dispositivo che modella la struttura cognitiva dei contenuti; i social, molto prima di essere tali, li aveva intravisti come bar sport potenzialmente globali, dove ogni cittadino si sente autorizzato a esprimere opinioni non filtrate — è questo il senso del discorso tenuto per la laurea honoris causa a Torino nel 2015, dove Eco mette in guardia non dai "cretini", ma dalla fine delle mediazioni e dei filtri. È la stessa logica che si vedrà all'opera nel lavoro di Eco progettista dei corsi universitari, dapprima al DAMS e quindi a Scienze della comunicazione, dove la semiotica e la teoria dei media non servono a produrre contenuti, ma a formare, descrivere e smontare modelli di filtraggio e controllo del sapere.